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Commenti

alberto silvani

Qualche settimana fa Luciano Modica, oggi sottosegretario, ieri rettore ma prima ancora brillante matematico, concludeva un suo articolo sull'università e la ricerca con la seguente considerazione: mai più nuove risorse senza la riforma, mai più riforme senza risorse.
In questo gioco di parole è nascosta una profonda verità. Bisogna uscire dalla falsa contrapposizione tra autonomia e mercato. Ci sono temi, settori e attività che devono essere tutelate dalla "comunità scientifica" (che, per inciso, non coincide con la logica lobbistica di sede o di disciplina....)senza compromessi o svendite ed altre che non possono che guadagnare da un positivo "bagno di mercato" attraverso l'apertura all'esterno. Trattare tutto con le stesse regole non aiuta e perpetua una separatezza che, quantomeno, non favorisce la dinamicità dei fenomeni.
Trattare separatamente significa anche trarne le conseguenze nei termini di visibilità, responsabilità, carriere, retribuzioni, ruoli, ecc.
In questo la valutazione ha una funzione da esercitare, non tanto nel favorire i processi decisionali di chi comanda fornendo il supporto dei giudizi, quanto nel costringere il sistema e i suoi operatiori a misurarsi coi problemi e a favorirne l'apprendimento e la consapevolezza.Dal confronto col contesto hanno da guadagnare tutti. Se non altro per abbattere quel rumore di fondo dei "soloni che pontificano" che tanto mi ricorda gli urbanisti italici del secondo dopoguerra. Riuniti nella loro associazione, l'INU, deprecavano i comportamenti e il non rispetto delle regole, ovvero la speculazione, salvo poi, ritornando a casa, perseguire gli interessi personali alla faccia di quanto teorizzato... Gli esiti di queste scelte e di questi comportamenti li vediamo tutti i giorni attraversando le nostre città....Sperando quindi di non ripetere l'esperienza!

luigi serio

La discussione sul tema è abbastanza consolidata, ma ho la sensazione che si muova su dimensioni più "ideologiche" che "fattuali". Io credo che il vero problema non sia quello delle pubblicazioni, con standard scientifici nazionali o internazionali, ma le modalità di affiliazione a questo mondo. La mia sensazione è che nel corso degli anni si è per così dire consolidata una certa tendenza a considerare il lavoro universitario come una sorta di lavoro permanente. Questo in generale segna la "morte" dei lavori professionali, nel senso che si perde lo slancio, l'entusiasmo, ovviamente in generale, a lavorare sul crinale dell'innovazione, che per definizione è discontinuo, cioè non continuitivo, non sempre finalizzato, cioè gli obiettivi e gli output sono il risultato di processi non obbligatoriamente destinati a un obiettivo stabile e duraturo nel tempo. Secondo me la strada è quella di far diventare l'università e il mondo dell'accademia un sistema aperto, ma non nella logica che i rinnovi sono soggetti alle pubblicazioni ( si immetterebbe un nuovo sistema di audit che nel tempo il sistema metabolizzarebbe nella stessa maniera), ma dove la dimensione professionale è temporanea, quanto meno nello stesso luogo. D'altronde, per chi ha tensioni vocate alla speculazione intellettuale, non è il contratto che facilita o debilita. Per me, quindi la riflessione è quella di far diventare il lavoro scientifico temporaneo nello stesso posto, ma non soltanto contrattualmente. Questo aprirebbe lo spazio all'Università a mondi portatori di logiche e culture diverse, la cui ibridazione con i sistemi permanenti potrebbe generare solo innavazione. La polemiche sui soldi e sui contratti rinnovabili sulla base di standard internazionali, seppur giù utile, rischia di essere sterile e non in grado di produrre l'innovazione auspicabile.

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