“Pecunia non olet” è un motto dell’imperatore Vespasiano, pronto ad inventare nuove tasse per rimettere in sesto un bilancio in deficit, un ever green anche adesso, che acquisisce una sfumatura in più. Il denaro non puzza, sia che lo si prenda, sia che lo si spenda, soprattutto quando bisogna riflettere in modo nuovo come lo si incassa ed alloca.
Il governo della regione spagnola della Galizia (Partido Popular, destra) ha proposto di porre un tetto alla quota di finanziamenti privati nei cosiddetti schemi di PPP (Private Public Partnership) o PPI (Public Private Initiative), che prevedono l’ingresso di capitali privati nella realizzazione di opere pubbliche in cambio di un canone pluriennale redditizio per il finanziatore privato.
La soluzione è stata lanciata già un decennio fa, presentandosi come un toccasana per finanze pubbliche indebitate. Allora era comprensibile un beneficio d’inventario: oggi no, perché c’è sufficiente esperienza accumulata. Un esempio pratico: l’ospedale spagnolo di Vigo, realizzato con PPP e inclusivo dei costi di un canone pluriennale, è costato €860 milioni, mentre con il tradizionale modello dell’investimento pubblico sarebbe costato €450 milioni (+47,6%).
Ovviamente la giunta galiziana di destra difende la bontà della scelta, sostenendo che, senza l’apporto privato, non ci sarebbe stato l’ospedale, ma è un controsenso presentare il PPP come una soluzione per fronteggiare l’indebitamento pubblico quando in definitiva lo aggrava. Tanto è vero che il portavoce per l’economia galiziana, Pedro Puy (sx.), avanza l’idea di un tetto da fissare con l’accordo di tutti i partiti “per non legare le mani ai governi futuri con conseguenze decennali”.
In parole povere l’idea che il debito futuro sia una variabile irrilevante, da lasciare comodamente alle amministrazioni ed alle generazioni successive, comincia a perdere terreno. Un paio di conti della serva potrebbero dimostrare anche in Italia che i famosi contratti globali per i servizi alle pubbliche amministrazioni presentano in alcuni casi la sgradevole caratteristica di lievitare la spesa per 10, legando le mani al pubblico per un decennio, concentrando la decisione su pochissimi burocrati e privandolo di quell’efficace leva del controllo di qualità che scattava alla scadenza annuale del contratto.
Conti analoghi li sta facendo a Budapest anche il governo di destra del Fidesz (Fidesz – Magyar Polgári Szövetség; Federazione Giovani Democratici - Unione Civica Ungherese) (vedi http://blog.i4e.it/2010/07/budapest-lassedio-del-mercato-alla-politica.html). La tassa sulle banche (nel silenzio quasi generale della stampa internazionale e nazionale) è passata e con essa il principio che chi ha asset tossici deve pagare una tassa sui rifiuti finanziari che poi il governo deve smaltire.
Dubitiamo che il premier Viktor Orban sia stato mosso da alati principi di ecofinanza, ma l’idea d’incassare €1,4 miliardi nel giro di due anni a spese di banche ricche (= 0,5% del PIL), nonostante la crisi cui hanno contribuito con il commercio di titoli di bassissima qualità, è interessante per chiunque voglia trovare soldi laddove ci sono.
Ovviamente l’idea non è stata gradita dall’establishment economico internazionale, che, da quando esiste, conta numerosi partigiani nell’FMI, oltre che in diversi media economici globali e nelle istituzioni private di rating. La conseguenza più vistosa è una serie d’articoli dove si accusa il governo ungherese di comunicazione maldestra, d’innervosire i mercati, di voler mantenere promesse elettorali irrealistiche.
La realtà non è sfortunatamente così semplice perché Budapest sta decidendo d’invertire la tendenza anche per quel che riguarda i fondi di pensione privati. Nel 1997 UE ed FMI hanno costretto l’Ungheria ad adottare un sistema pensionistico misto rispetto a quello statale. Quindi parte dei fondi pubblici che servivano a pagare le pensioni sono stati forzosamente investiti nei mercati di capitali per sostenere i fondi pensionistici privati, creando un deficit nel sistema pubblico.
Il sottosegretario Mihaly Varga (dx.) ha detto chiaro e tondo che questa perdita non sarà sostenuta dal bilancio statale e che va recuperata altrove, integrando i fondi privati nel sistema statale, ovvero nazionalizzandoli (= €9,5 miliardi).
È un affronto all’ortodossia dogmatica dei fondi pensione privati, migliori di quelli pubblici, che però si compie nel contesto di un crollo rovinoso della finanza privata con perdite pesanti agl’investitori deboli ed utili ai soliti vertici.
La necessità di gestire il largo consenso ottenuto alle elezioni è chiara, ma le scelte di politica economica sono differenti dal solito quadro italiano ed europeo. La posta in gioco è semplicemente la sovranità economica dei governi nazionali dopo l’abdicazione di una deregulation sempre più spinta durata da 22 anni. Una partita difficile che pochi altre capitali mondiali stanno giocando.