Mark Vanderbeeken è un imprenditore, ha fondato con tre amici Experimentia, che si occupa di experience design. E' belga, ha vissuto negli Usa prima di fermarsi a Torino e iniziare la sua attività. Mark ha scritto su Che Futuro un post sugli svantaggi degli europei (e non solo) derivanti dal non utilizzo della lingua inglese.
Mentre le decisioni che riguardano la nostra economia vengono prese a New York, Londra e Bruxelles (e ora anche a Pechino), la percezione che all'estero si ha del nostro Paese, scrive Mark, è ampiamente distorta. Non falsa, distorta: l’Europa, e in particolare l’Italia, è spesso descritta come conservatrice, poco aperta alle startup e all’imprenditorialità, con un alto tasso di disoccupazione, con politici litigiosi, disinteressati ai loro elettori, e con imprese invecchiate che non riescono a stare al passo col resto del mondo.
A ciò si aggiunge che i media anglosassoni parlano poco dell'innovazione nostrana, e persino i nostri media fanno lo stesso. Un mio caro amico, docente e manager, ripete spesso che la stampa enfatizza progetti del MIT che sono molto meno innovativi di alcuni di casa nostra. Persino l'Unione Europea, sottolinea Mark, fa poco per valorizzare l'innovazione del nostro continente. E questo ci penalizza.
La morale è che dobbiamo supplire noi a queste carenze. Non hanno più senso siti che non presentino una sezione in inglese; dovremmo valorizzare il lavoro che fanno Ansa in inglese e Corriere della sera English, o Startup Business; dobbiamo abituarci a cercare riferimenti nelle riviste straniere più accreditate: Businessweek, TechCrunch, Wired, per citarne solo alcune.
Ed evitare polemiche retrò, come quella recente contro la decisione del Politecnico di Milano di far svolgere la laurea specialistica in inglese. Forse qualcuno non ha ancora realizzato che l'uscita da questa crisi economica significa più Europa, quindi cessione di una parte della sovranità; imparare il nuovo esperanto è il minore dei sacrifici
Commenti