È
di oggi la proposta della presidentessa di Confindustria, Emma Marcegaglia, di
dare impulso ad una zona di libero scambio euromediterranea. Proposta
rilanciata nell’ambito della manifestazione del Forum Euromediterraneo perché
ha ormai vent’anni di aspirazioni dietro di sé, per lo meno quando si parlava
del processo di Barcellona, poi sostituito dalla recentissima Unione per il
Mediterraneo.
I motivi che spingono la Confindustria ed altri attori istituzionali a riproporre l’idea sono ben riassunti nelle tabelle che seguono, estratte dal rapporto del precedente Forum Euromediterraneo 2009 “Milano e lo spazio economico euro-mediterraneo”.
Più
interessante è vedere chi e perché dovrebbe sostenere il progetto di un’area di
libero scambio. Innanzitutto i paesi più in vista evidenziati nelle tabelle
andrebbero depurati del BENELUX perché questi hanno flussi d’importazioni ed
esportazioni in percentuali abbastanza simili tra di loro e con i restanti dei
27. Non sono necessariamente pesi massimi, però farebbe molto comodo avere un
sostegno di paesi cofondatori dell’Unione Europea. A questi si aggiunge l’ex-Gran
Bretagna, i cui interessi coloniali non sono mai stati molto forti nell’area
del Levante e del Nord Africa.
Restano
Germania ed Italia da un lato e Francia e Spagna dall’altro. Il raggruppamento
non è casuale. Le ultime due erano le potenze coloniali dominanti in Nord
Africa dopo l’accordo Sykes-Picot, che dopo la I guerra mondiale sancì la fine
del sogno panarabo e consolidò gli assetti coloniali esistenti. È affascinante
vedere come la Francia abbia percentuali d’export notevoli in tutte le sue ex
colonie tranne la Siria. Stessa cosa per la Spagna, ben presente anche in
Algeria.
Un’area
di libero scambio, oltre ad essere ancora parzialmente ostaggio del conflitto
israelopalestinese, deve fare i conti con il bassissimo commercio tra tutti i
membri del Grande Maghreb e con un’ancor scarsa solidarietà politica tra di
loro, per non parlare della situazione assai complicata dei rapporti fra
Turchia ed UE.
Per
i prossimi anni è difficile che le più fragili economie del Nord Africa e del
Levante, con la parziale eccezione d’Israele, accettino la fine di dazi che
proteggono le proprie produzioni (e rendite di posizione interne). Saremmo noi
disposti ad abbattere quei dazi che impediscono ai prodotti agricoli
mediterranei d’invadere i nostri mercati
e di mettere al tappeto le nostre agricolture pesantemente sussidiate? Si
potrebbe se, sotto la pressione del debito da risanare, venissero tagliati
anche i sussidi agricoli in modo consistente, facendo quindi di necessità
virtù. Per come reagiscono le lobby agricole, sembra per ora che si faccia di
vizio necessità imperativa.
Un’ultima
domanda: facciamo finta che il l’UE a 27 non ci sai più, un eventuale Club Med
posteuropeo sarebbe ancora disposto ad un’unione doganale (Zollverein, come
quello che portò alla nascita della Germania unita nel XIX secolo) ed un’area
di libero scambio nel Mediterraneo? Ecco uno scenario su cui riflettere, anche
perché Milano non sarebbe più il terminale della Banana Blu, ma l’avamposto dei
beni mediterranei verso un’Europa frammentata.
Commenti