
È cosa nota,
anche se ce ne dimentichiamo spesso, che la dimensione dello spazio virtuale è
parte integrante di ogni processo nelle economie mature, emerse ed emergenti. Già
alla fine della Guerra Fredda si parlava di sei dimensioni della guerra: terra,
mare, aria, logistica, morale, elettromagnetica, cominciando a concettualizzare
imperfettamente quanto accadeva sotto i propri occhi. Oggi queste dimensioni
per alcuni sono tre: fisica, elettromagnetica ed informatica.
La pubblicazione
di decine di migliaia di documenti classificati americani su Wikileaks non è
giusto un fatto folcloristico o da nerd internettiani, ma un evento di capitale
importanza nella reinvenzione delle convenzioni sociali, riscrittura delle
leggi e condotta strategica.
L’idea che il
segreto non sia più una virtù indiscussa ha fatto breccia. È l’ultimo evento di
una serie decennale di fatti di costume incentrati sul gioco di mettersi in
piazza (Lady D, Big Brother, siti gossip, Clinton e Lewinsky, Mitrokhin files, estratti
d’intercettazioni, ecc.), che regolarmente s’intrecciano con il diritto di
sapere dell’opinione pubblica, d’informare da parte di media ed attori pubblici
e la privacy.
Il documento
classificato (cioè segreto, ma per favore lasciamo l’orrendo neologismo “secretato”)
è l’espressione della privacy di stato. I diari di guerra afghani su Wikileaks
non sono i documenti trafugati dall’archivista Mitrokhin ad una superpotenza
perdente e pubblicati sotto il discreto patrocinio del Secret Intelligence
Service britannico per destabilizzare una serie di paesi vulnerabili. Sono un
pezzo d’archivio di una potenza globale in lotta, pubblicati con il nobile
intento di sollevare una soffocante cappa di segreto che avvolgeva elettori,
parlamenti, media e vasti settori di governo.
L’effetto è
prosaicamente più politico ed operativo: indebolimento del consenso interno ai
paesi coinvolti nella guerra; dissenso seminato tra fragili alleanze
internazionali; critica su metodi di guerra; festa per tutte le agenzie d’intelligence
statali, private, ribelli che possono farsi un quadro vecchio, ma non inutile,
della situazione.
Bottom line: la
comunicazione strategica si arricchisce dell’arma della glasnost rigirata ai
danni del più forte.
E il cybercrime
cosa c’entra? È la dimensione strategica di business del lato grigionero della
globalizzazione. La mappa riporta la diffusione in questo mese di un worm chiamato,
a seconda delle sue manifestazioni, Rootkit.Win32.Stuxnet e
Trojan-Dropper.Win32.Stuxnet.
Il virus ha una
particolarità prevista da almeno un quinquennio, ma adesso pienamente
operativa: attaccare non più solo le dimensioni informatiche, ma i sistemi di
controllo dei processi industriali con possibili effetti fisici molto seri. In
gergo si dice che attacca gli SCADA (supervisory control and data acquisition)
dei sistemi di produzione industriale. Sinora c’è stata un’infiltrazione nella
tedesca Siemens, subito individuata e neutralizzata.
Saltiamo i
dettagli tecnici e guardiamo la carta: il potenziale di ricatto economico ed
industriale di questo virus è notevole. Due delle economie e potenze emergenti
dell’Oceano Indiano (Iran ed India) si trovano ad affrontare i costi ed i
rallentamenti imposti da questo virus, insieme all’Indonesia. Non è una weapon
of mass destruction (una bomba atomica per esempio) ma una weapon of targeted
disruption (arma di scompiglio mirato).
Perché bombardare
un posto, quando posso renderne inaffidabili gli SCADA a livello d’industria
leggera e pesante, e, con un notevole impegno, anche nucleare?
Non è
dietrologia, è analisi delle conseguenze di un mondo molto più libero ed
inquietante di quello preconizzato da Big Brother.