Va bene, abbiamo
perso ai Mondiali in Sudafrica contro la Slovacchia (smacco su smacco) e quindi
stiamo elaborando il lutto, mentre è scoppiata l’ennesima grana politica. Va
bene, le femministe italiane (esistono ancora?) esultano per la nomina di Julia
Gillard come premier australiana. In effetti al mattino Google News Italia non
registrava la notizia. So what?
Cominciamo dalla
politica. Il partito laburista dimissiona Kevin Rudd dal governo perché è
indietro di cinque punti nei sondaggi contro i conservatori ed è al 35% di
consensi. Due evidenze:
- il
partito controlla il premier e non viceversa;
- affrontare
l’impopolarità sotto le elezioni per riforme necessarie non richiede solo
il coraggio del primo ministro, ma di tutto il partito. Questa non è
necessariamente una ricetta che favorisca il pubblico interesse, ma mostra
come vengono affrontati i sondaggi.
Passiamo alle
donne ed al contesto sociale australiano. L’Australia è un paese
ultramaschilista, di un maschilismo becero, brutale e spiccio (niente a che
vedere con l’affettata eleganza della commedia all’italiana). Kevin Rudd non è
una scartina politica, è un uomo di alto profilo con competenze rare per
muoversi nel mondo globale, tra cui una lunga esperienza diretta di politica
estera ed una superba conoscenza del cinese. Eppure, davanti al rischio di
perdere, il partito non ha esitato nello scegliere la sua vice, evidentemente
considerata migliore.
Gillard non è
una donna dell’establishment. È una single convivente, dichiaratamente di
sinistra, ha costretto un suo collega a scuse umilianti per una battutaccia
personale, si disinteressa sovranamente di sport (per gli Aussie è il rugby), è
femminista, senza figli per scelta ed agnostica, non è proprio un’australiana
perché di recente immigrazione gallese, ha gemellato Melbourne con Leningrado (non
San Pietroburgo). Ha gestito due portafogli considerati di classe A come
relazioni governo-sindacati e pubblica istruzione.
Altro dettaglio
importante: le donne australiane fanno squadra, anzi sono sorelle, precisamente
perché l’ambiente è duro e pesante e perché anche loro si sono fatte diversi
bernoccoli urtando contro il soffitto di vetro. Se criticheranno Julia Gillard
sarà sul merito non sul “cosa ha lei che io non ho… valgo io molto di più di
lei”.
Al Jazeera
International, TV di una zona strategica non notissima per il suo progresso
femminista, ha preparato un servizio dove si evidenziano le credenziali
internazionali della premier: visita in India per sanare discriminazioni ai
danni di studenti indiani in Australia, visita in Israele a Tel Aviv e nei Territori
Occupati in Cisgiordania. La prima dichiarazione interna: negoziato aperto per
tassare i profitti minerari. La prima estera: impegno nell’Afghanistan.
Trend: l’Australia,
con lentezze tutt’altro che insolite, sta intraprendendo la strada del W-strats (Women Strategics), considerare le donne
come asset strategico di un paese, al pari di finanze in ordine, coesione
sociale, mercati funzionanti, proiezione estera ecc. L’esempio classico sono i paesi
scandinavi, sperando non diventino un vuoto stereotipo. Keep posted perché è un’evoluzione
difficile, complessa e non lineare, ma è parte di un futuro vitale.
Appunti a margine di una riflessione sullo status politico e sociale delle donne in Italia.
Che ci siano donne ai vertici della politica è una scelta maschile. Spesso avviene in momenti di difficoltà. Quando il piatto è vuoto o i maschi sono interessati ad altro. Le donne nella politica italiana entrano dopo la Costituente e dopo il 1948, la prima donna ministro in italia è nominata nel 1976, ma è una vetrina. C’è un gap difficile da colmare. Un ritardo che permea ogni ambito del vivere civile. Altro che tetto di vetro, in materia giuridica siamo uguali, ma sono i tetti di cristallo, quelli della società, che dobbiamo ancora sfondare.
Viviamo una realtà omertosa in cui molta della responsabilità è propria delle donne. Non solo al sud. Ma ovunque. Le donne contribuiscono a trasmettere alle proprie figlie modelli di comportamento arcaici e protettivi nei confronti dello statu quo, ai limiti della sudditanza e ancora troppo spesso incapaci di contrastare la violenza maschile. I dati sugli abusi familiari e sulla violenza contro le donne pongono l'italia ai vertici dell'Europa.
I segnali lanciati da televisione e vertici dello stato, l’uso delle donne come cadeau, comprato da maschi per altri maschi, al solo scopo di mandar a buon fine un affare, o ungere le ruote della politica rendono “normale” per le giovani la mercificazione del proprio corpo.
Da un punto di vista economico e politico non è soltanto il 25% in meno sulle retribuzioni a contare, ma lo “sconto” che grazie al lavoro di cura femminile non grava sui pubblici bilanci con l'intero welfare sulle nostre spalle, senza il quale il nostro paese avrebbe grandi difficoltà ad andare avanti.
Credo ci sia bisogno delle quote. Senza spocchia critica da parte di intellettuali della sinistra, ma semplicemente per mettere in moto un meccanismo che già da anni l'Europa ci richiede e che noi, partiti, saltiamo a piè pari pagando multe con la leggerezza di una sanatoria. Le quote servono per imporre dall'alto un cambiamento, come dall'alto si impone una sudditanza tacita.
Impossibile una soluzione alternativa, dal basso, perchè non ci sono le energie e i modelli comunicativi sono profondamente cambiati. Fare la velina, puntare sulla bellezza è diventato l'autout di vecchie e giovani. Difficile pensare che in futuro, tra vent'anni, le cose cambino. Il movimento femminista, ancorato alla politica, è riuscito ad ottenere risultati negli anni '70 e nel decennio precedente. In seguito le donne non sono più riuscite a badare a se stesse. E non hanno più ottenuto risultati politicamente apprezzabili.
Emanuela Irace
Scritto da: Emanuela Irace | 11/07/10 a 18:15