Dario Di Vico sul Corriere dà conto del dibattito attuale
su come avviare la ripresa e valorizzare il Made in Italy. La tesi
prevalente è quella sostenuta tra gli altri, e autorevolemente, da Enzo
Rullani,rissumibile in questo modo:
- inutile fare concorrenza ai Paesi emergenti in settori maturi come tessile/abbigliamento, meccanica, arredamento puntando sul prezzo, saremmo perdenti. Occorre invece posizionarsi salendo di gamma, puntando sulla qualità, sul servizio, e collegando i prodotti a una "narrazione" che valorizzi il made in Italy, la user experience collegata alla qualità della vita e a una visione del mondo precisa, a una cultura riconosciuta e riconoscibile.
Diversa, e recentissima, la provocazione di Luciano Benetton:
- ostinarsi a produrre in Italia è perdente. I mercati che tirano sono quelli dei Bric (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa, etc). Occorre andare a produrre in loco, mantenendo stile e tradizioni culturali nostrane: design italiano e costi asiatici. Così si punta a produzioni di massa e non solo alle èlite.
I critici sostengono che questo approccio è tagliato su misura di Benetton, marchio globale e affermato. In comune le due impostazioni hanno il riferimento a tradizione e stile molto caratterizzati. Paiono quindi abbastanza complementari.
Ma la strada indicata da Benetton è peraltro stata tentata da molte aziende, che si sono dovute ricredere. Portare la fase produttiva all'estero comporta l'esportazione di un know how del saper fare che è anch'esso una componente, a volte fondamentale, del made in Italy. Per questo tanti che hanno delocalizzato sono poi stati costretti a rientare, e quindi si è prospettata la prima alternativa.
E questa, a mio parere, è ancora la soluzione più praticabile, magari passando per l'aggregazione territoriale, la creazione di un marchio riconoscibile, l'investimento in comunicazione e marketing. La strada, in fondo, percorsa dall'azienda di Ponzano Veneto più di due decenni fa.
In linea con gli interventi precedenti aggiungo che de-localizzare è un costo che solo alcune tipologie di imprese, peraltro poco presenti in Italia, possono permettersi. Finché si continueranno a sprecare contributi pubblici sostenendo gli interessi di persone che poi producono all'estero, non si faranno gli interessi del made in Italy. Facciamo un esempio. Il film (omissis)2 è cartone animato prodotto da una azienda italiana, realizzato interamente con manodopera (artigiani disegnatori) cinese, a scapito di tutti i bravi animatori presenti in Italia. A parte il riconoscimento di interesse culturale concesso alla pellicola (sic)… un contributo pubblico a tale film significherebbe finanziare il cinema italiano? La produzione di qualità non può essere portata all'estero senza perdere qualità. E’ lecito farlo naturalmente, ma non fa gli interessi del prodotto, solo, a volte, quelli dell’azienda. E questo lo sanno bene stilisti che sono diventati famosi a scapito della qualità artigianale di alta qualità dei loro capi. E chi svolge un ruolo pubblico non deve pensare solo alle aziende in grado di fare lobby, ma all’intero sistema produttivo, valutando bene le politiche da utilizzare in relazione ai volumi, alla qualità, alle persone impiegate e non ultimo alla rispetto dei diritti umani e delle adeguate condizioni di lavoro … che proprio in questi paesi emergenti risultano poco garantiti.
Scritto da: Francesco | 01/06/10 a 09:17
Sono d'accordo con l'analisi del successo di Benetton, cui aggiungerei la capacità di usare la rete per innovare il modello di business (produrre i capi in ecru, poi colorarli sulla base dei feed back dei negozi tramite l'ICT).
Ma l'internazionalizzazione di B. viene dopo, quando ormai era un marchio affermato in Italia.
Scritto da: Asa | 25/05/10 a 09:09
il successo di Benetton è stato dovuto oltre che alla comunicazione, ad almeno altri tre fattori secondo me determinanti:
-il design (cioè l'impostazione il controllo della realizzazione delle collezioni) centralizzato
-la rete delle micro imprese distributrici legate da un contratto di franchising
-la rete dei produttori, anche questi fortemente guidati dal centro
L'applicazione di questo modello a rete è già completamente operativa anche a livello internazionale.
Benetton nasce e si sviluppa con un approccio di "cooperazione e delocalizzazione nativi fortemente governati".
Interpreterei quindi l'affermazione di Benetton come una sollecitazione ex post a replicare il modello da parte di altre imprese italiane, mantenendo in Italia il know how (raro) della gestione di una rete governata e globale di microimprese, complessivamente capace di portare nel mondo stile e qualità di vita italiani.
Scritto da: Roberto Bellini | 25/05/10 a 07:23