Nella rubrica Idee del sole24ore, Marco Fortis riflette sull'impatto che le statistiche relative al Pil dei partner europei e dell'Italia hanno avuto sulla pubblica opinione. Le vicende di questi ultimi mesi (o due anni) dimostrano che alcuni dati eclatanti, come la crescita del Pil di Irlanda, Grecia e Spagna, nel decennio che abbiamo alle spalle, con crescite del 3,5-4%, nascondevano un'economia "drogata". E rivaluta l'apparente lentezza delle macchine tedesca e italiana.
La tesi di Fortis (che riprende riflessioni di Fulvio Coltorti del Centro Studi Mediobanca è che aver utilizzato deflattori troppo aggressivi ha penalizzato eccessivamente il volume del Pil italico, e depresso la classifica del BelPaese a livello europeo. Si pone perciò il problema di quali parametri, o quali correttori, è possibile utilizzare, in modo da registrare, invece di un declino, una capacità di reazione soprattutto delle imprese esportatrici.
Fortis si avventura poi in un confronto tra i deflattori utilizzati dall'Istat a confronto con queli francesi e tedeschi, per dire, alla fina, che non siamo poi messi così male come i numeri farebbero supporre:
"In altri termini, si ha l'impressione che il valore aggiunto di Germania e Francia sia cresciuto in volume più del nostro soprattutto perché gli uffici statistici di tali paesi sono stati particolarmente "generosi" con i deflatori delle loro economie".
La domanda che viene da farsi è questa: da un lato abbiamo un'economia sommersa, informale e non solo criminale, che vale dal 25 al 30% del Pil; dall'altro la dimensione piccola o micro di molte nostre imprese sfugge alla raccolta e all'analisi statistica. In questo contesto, ci si chiede davvero se non abbia senso cominciare a pensare a nuovi parametri per misurare la reattività del Paese
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