La discussione sul programma nucleare iraniano somiglia a quelle partite doppie dove, per far quadrare i conti per i pubblico, si ricorre a robusti trucchi contabili. Non guardate per favore solo alla faccia poco chic di Mahmoud Ahmadinejad che minaccia e fulmina a dritta e manca sullo sfondo di una bomba nucleare che sembra arrivi da un momento all’altro come Godot.
Date invece un’occhiata alle statistiche dello US GAO (Government Accountability Office) a proposito dell’impex iraniano: di quali sanzioni stiamo parlando, visto che sono state decretate nel 2006 e che i livelli d’esportazioni sono in crescita?
Vediamoci ancora un’illuminante cartina dell’ultimo rapporto GAO sulle sanzioni (4/3/2010) a proposito delle esportazioni illegali dagli Stati Uniti e dei paesi di trasbordo delle merci. Non c’è che dire, un club di gente bene assortita, presentabile e non povera, un po’ troppi francamente per credere alla storia delle mele marce (Canadà, Colombia, Brasile, Francia, Regno Unito, Paesi Bassi, Lussemburgo, Germania, Austria, EAU, Tailandia, Malesia, Singapore, Australia). Ed è la punta dell’iceberg, perché anche altri paesi esportano sottobanco, quando non lo fanno apertamente come la Cina.
Chiudiamo la galleria degli errori con un dettaglio very vintage. Non c’è nessuna legislazione o sanzione che colpisca le esportazioni iraniane di greggio. Alcune grandi compagnie petrolifere per motivi d’immagine non vendono più benzina raffinata all’Iran, ma si guardano bene dal ritirarsi dal ben più lucroso commercio del petrolio persiano. Somiglia tanto alle sanzioni contro l’Italia fascista durante la guerra d’Etiopia: i prodotti energetici, così vitali per Roma, erano fuori lista.
E allora che sta succedendo? Primo, le sanzioni interessano l’Italia perché il nostro export è pari ad un paio di finanziarie e di questi tempi è difficile rinunciare a qualunque entrata significativa.
Secondo, la crisi sul programma nucleare segreto iraniano tocca moltissimo l’Italia perché è sempre stato uno dei paesi modello della non-proliferazione e della lotta alla proliferazione. Se salta il TNP (Trattato di Non Proliferazione) significa brutalmente che ci si riproporrà dopo quasi mezzo secolo il dilemma se farci o no una bomba atomica (ammesso che si facciano le centrali nucleari) e con chi. Nel 1964 non eravamo lontanissimi ed avevamo il know how, l’infrastruttura (S. Piero a Grado) ed un programma missilistico (vettore Alfa). Purtroppo non si tratta solo d’Iran, ma anche di Stati Uniti che stanno rendendo il TNP molto più flessibile del previsto a seconda delle loro convenienze.
Terzo, Barack Obama e Ahmadinejad, per motivi differenti, stanno perdendo l’occasione di far pace dopo 31 anni d’ostilità nonostante ci sia un reciproco interesse. Washington ha bisogno dell’Iran se vuole recuperare con la diplomazia quello che ha seccamente perso in Iraq, cioè influenza nella regione. Tehran ha la necessità di avere lo stesso trattamento della Libia, un tempo anch’essa stato-canaglia, per sviluppare in pieno la sua economia e comprarsi una pace sociale mantenuta per ora a furia di largizioni e patriottismo.
Quarto, il vecchio ordine mondiale è morto e l’ONU non conta politicamente nulla. Non solo il Consiglio di Sicurezza è un organismo di ratifica formale, non solo viene svuotato aggirandolo con progetti di sanzioni multilaterali fuori dal quadro istituzionale, ma lo stesso gruppo 5+1 (Cina, Francia, Regno Unito, Russia, Stati Uniti più Germania) che fa da regia per l’Iran rischia l’aggiramento da parte di potenze emergenti come Brasile e Turchia, con il tacito sostegno della Cina che gioca su due tavoli e l’ambiguità della Russia che è amicissima dei petrochierici, ma che adesso appoggia sanzioni più forti.
L’offerta congiunta di Brasile, Iran e Turchia di far arricchire metà delle scorte d’uranio iraniano in Turchia sarà anche dilatoria per rinviare le sanzioni, ma ha il pregio d’esser concreta e di essere un segnale politico importante. Anzicché disprezzarla, merita di essere verificata a fondo, sfruttando l’occasione sia d’innescare una dinamica positiva che di vedere il bluff. Più che le sanzioni, che per agire richiedono tempo, come dimostrato da Libia ed Iraq, quello che incombe sugl’iraniani è il disastroso stato della propria economia, di cui sono largamente responsabili anche per la diffusa corruzione.
Ma noi dobbiamo tifare Iran o USA? Ecco, questa domanda alla “Tutti da Fulvia il sabato sera” possiamo risparmiarcela, se non vogliamo far ridere tutti quanti.
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