Due giorni fa si è tenuto in Campidoglio un interessante tavolo tecnico sui fondi sovrani organizzato da Ancitel e dal Comune di Roma. Durante le presentazioni è venuto fuori che la grande paura dei fondi sovrani è passata e che l’invasione non è esattamente la prima preoccupazione dei governi nazionali e regionali nell’area UE-USA.
Da un lato la crisi ha scottato non pochi fondi sovrani, facendo subire loro perdite anche del 30%, dall’altro i paesi riceventi hanno lasciato da parte i pregiudizi ed hanno imparato a leggere con più sensibilità le vere intenzioni di questo tipo d’investitori.
Se uno guarda i due grafici a torta del Sovereign Wealth Funds Institute, elaborati a distanza di un mese l’uno dall’altro (quello colorato è dell’aprile, mentre quello in grigio è del maggio 2010) osserva subito due cose: la diversificazione degl’investimenti diretti dei SWF rispetto ad una concentrazione molto americanocentrica e l’assenza dell’Italia (la preponderanza tedesca è dovuta alle dimensioni dell’affare Volkswagen).
L’Italia, secondo alcuni operatori presenti, soffre di due problemi. Il primo è la volatilità delle sue regole e decisioni. Storie infinite come i rigassificatori di Rovigo e Brindisi sono diventate dei veri e propri cult dell’horror per gli specialisti del settore. Certo, possiamo sempre spiegare che la nostra classe politica, così vibratile al primo accenno di sondaggio o articolo critico, ha una flessibilità senza pari per escogitare nuove situazioni e combinazioni, ma resta il fatto che la risposta nemmen tanto implicita è “we are not amused”. Certezza delle regole, del diritto e degl’impegni presi è una precondizione essenziale.
Il secondo problema è che nell’ambiente non hanno aspettato certo l’Economist per tagliare in due l’Italia: quella a Sud di Roma dove investire è un azzardo (tranne alcuni mercati di nicchia ben definiti e protetti) e quella a Nord, dove, con le opportune cautele, si può anche parlare di provarci.
La doppia crisi (economica e dell’Euro) ha creato poi a livello continentale una situazione assai curiosa: da un lato i fondi sovrani sono considerati partner molto più attraenti perché i soldi scarseggiano, dall’altro la debolezza delle politiche dei 27 stati nazionali e quindi delle politiche europee sta rendendo le controparti europee piuttosto deboli in termini contrattuali.
Se prima dei PIIGGS (sì ci sono dentro anche l’Italia e la Gran Bretagna) era facile parlare di regole in cambio d’accesso al mercato, adesso ci si trova in una condizione di relativo svantaggio negoziale. Eppure ancora adesso è possibile portare avanti quella che chiamiamo una strategia di “transgagement” (transparency + engagement).
Lo scambio, oltre che dall’accesso ai mercati ed alle imprese, è dato fra una maggiore trasparenza dei SWF in cambio di un accompagno più concertato ed energico alla loro internazionalizzazione. Una situazione win-win tanto più interessante perché la stessa scarsità di denaro ingenera nelle opinioni pubbliche un prevedibile effetto: ogni tipo di spesa e d’impegno delle politiche pubbliche viene sottoposto ad un vaglio molto più attento. Bisogna però far presto perché l’internazionalizzazione dei SWF è rapida e non tollera esitazioni.
La trasparenza d’altro canto non è un gadget politicamente corretto, ma l’altrettanto necessaria condizione di poter concludere affari senza suscitare inutili vespai e sospetti in un elettorato impoverito e poco propenso a sopportare ulteriormente spericolate ed opache operazioni finanziarie ed industriali nell’attuale pantano economico.
Commenti