E' una lunga querelle quella legata alla brevettabilità del software: la discussione non è di poco conto. La politica seguita dall'ente americano preposto ai brevetti, che da qualche anno si deve autofinanziare è perciò è accusato di troppa disinvoltura, facilita la brevettazione di righe di codice a volte banali, con un impatto sull'innovazione. Si sono moltiplicate in questi anni le cause tra aziende in relazione alle righe di codice, tanto che l'Ufficio brevetti americano ha adottato qualche piccola correzione di rotta. Sul NYT Tim B. Lee (non è Berners Lee), sviluppa un ragionamento contro la brevettazione (troppo costosa e complessa), che risschia di essere un freno all'innovazione, optando per il copyright. E chiama a testimone Bill Gates, quello del 1991:
“If people had understood how patents would be granted when most oftoday’s ideas were invented, and had taken out patents, the industrywould be at a complete standstill today.” Mr. Gates worried that “somelarge company will patent some obvious thing” and use the patent to“take as much of our profits as they want.” Se ci fosse stato il ricorso ai brevetti, l'industria del software sarebbe immobile.
Oggi il caso Verizon-Vonage dimostra la verità di questa previsione: Verizon ha fatto causa a Vonage riguardo la traduzione di numeri telefonici in indirizzi internet; ha vinto la causa, e se dovesse vincere anche in appello, Vonage sarebbe costretta a chiudere. Il pericolo è che molte piccole aziende o start-up, non potendosi permettere l'investimento sulla brevettabilità, siano a rischio nel caso qualche big company annusasse il business e li mettesse fuori gioco. A vvalere non sarebbe la capacità di innovare, ma solo la potenza finanziaria. In Europa il software non è brevettabile (in linea di massima), ma con la globalizzazione questo rischia di essere una foglia di fico. Occorrerebbe un'azione concreta e una capacità di sollevare il dibatttito sul tema per indurre gli Usa a una correzione di rotta. (Via Fuggetta)
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