Italy for Europe

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Budapest: l’assedio del mercato alla politica

Viktor Orban


Il Fondo Monetario Internazionale è noto per il suo scarso buon senso economico da almeno un trentennio. Diverse testimonianze di ex funzionari e diversi libri hanno dimostrato che il metodo favorito di quest’organizzazione internazionale per rimettere in sesto l’economia è uno solo: il taglio massiccio (e quindi indiscriminato) della spesa pubblica, vista come un inutile fardello per un’economia dinamica privata e vibrante.

L’assunto implicito è che la spesa pubblica è burocratica, corrotta, inefficiente e inefficace, come se il privato non avesse ampiamente dimostrato di esserlo altrettanto in casi macroscopici da decenni. La conseguenza concreta è che il risanamento economico è ovviamente a carico della società, colpendo ovviamente tutti gli strati meno dotati ed economicamente agguerriti. Tutto questo per un bilancio in ordine senza garantire un’economia che davvero decolli.

In Ungheria sta avvenendo che il nuovo governo di destra, guidato da Viktor Orban, vuole negoziare un prestito con l’FMI e l’UE in modo da rilanciare l’economia pur riportando il bilancio nei limiti concordati in ambito europeo.

Inoltre il ministro dell’Economia, György Matolcsy, ha detto chiaramente alle banche ungheresi che i loro asset stranieri non esigibili (cioè tossici) potranno essere riassorbiti a livello statale a patto che gl’istituti paghino una tassa (chi si ricorda la Robin Tax?), che non scarichino il costo sui clienti e che mantengano aperti i canali di credito.

Invece l’FMI richiede nel 2011 un tetto del 2,8% nel rapporto debito/PIL, anche quando la situazione ungherese non è quella della Grecia e l’UE chiede un rapporto fra il 3,8 ed il 3%. Vista la posizione negativa di Budapest, l’FMI ha interrotto le trattative, mentre le banche sono terrorizzate dall’idea che si possa estendere un pericoloso precedente ungherese al resto dell’Europa.

Inutile dire che Moody’s con tempestività affascinante ha fatto sapere di esser pronta a tagliare il rating del paese e che larga parte della comunità business ha bollato come demagogiche le posizioni del governo. Interessante notare che Orban ha detto che non negozia con l’FMI, ma con l’Europa e che l’indipendenza finanziaria è cruciale per il paese, soprattutto quando da diversi anni il paese ha già attuato politiche d’austerità.

Vedremo se l’Europa ha una visione politica dell’economia o lascerà dettare all’FMI (dove un seggio europeo darebbe diritto di decisione preponderante) un insieme di ricette falsamente di rigore e ripetutamente fallimentari ad un governo che non è certo guidato da un subcomandante Marcos.

Scritto da Alessandro.Politi il 23/07/10 alle 14:10 nella Global intelligence | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)

Tag Technorati: . UE, Budapest, FMI, Grecia, György Matolcsy, Moody's, Robin Tax, Ungheria, Viktor Orban

Governance: e chi la fa?

Pechino stadio nido di rondine

Atene disordini polizia Astynomia

Sono avvenute a Roma lo scorso martedì e giovedì le presentazioni di due libri attuali:

  • Caracciolo - E. Letta, “L’Europa è finita?”, Add Editore)
  • Guerrieri-Lombardi, prefazione E. Letta, “L’architettura del mondo nuovo”, Il Mulino-AREL.

Poche note in aggiunta a due dibattiti dove le posizioni erano consolidate (gradualità contro cambi radicali; euroscetticismo blando contro riforme nel solco della tradizione; governance a oltranza contro mancanza di politica):

1) L’Europa è già finita perché come si comportano le élite nazionali ed europee si vede chiaramente una gesticolazione senza nessuna seria voglia d’intervenire. La questione è se si produce un reale scatto di consapevolezza politica oppure no. Tutto indica che no, incluso il dibattito nazionale ed europeo di queste settimane.

2) L’Europa così come la conosciamo e concepiamo dal 1945 è strutturalmente finita perché lo stato nazionale è finito. Lo so, è una realtà che non ci piace vedere, ma non si capisce perché lo stato nazionale debba essere sempiterno: sono ormai 300 anni che va avanti ed è naturale che decada anche se noi ed i tedeschi ci siamo arrivati tardi.

3) Il segno sicuro della fine dello stato è la costante diluizione della sua sovranità, attaccata innanzitutto dall’economia legale, poi da quella illegale ed infine dal basso e dall’alto

4) L’Europa è in crisi irreversibile perché lo stato nazionale lo è e la democrazia rappresentativa pure. Non si può deregolare l’economia e pensare che gli operatori economici abbiano voglia di rispettare le istituzioni. Allora sono questi operatori, i più vari, che impongono regole e legislazioni di fatto. Quando Reagan e Thatcher fecero la deregulation (1988) fu quella la crepa nel Muro di Berlino e lo fecero per necessità. Dunque, quando parliamo di legge finanziaria europea, coordinamento fra commissioni Bilancio, poteri alla BCE, diciamo tutte cose giuste per quel che c’è, ma non per la tendenza storica e del futuro prossimo

5) Oggi siamo in grado di capire che la deregulation implica necessariamente la governance. Quello che non vogliamo capire, perché ci fa male, è che una governance non governa veramente nulla, lasciando il campo libero alle decisioni di fatto degli operatori economici, più o meno stampigliate da parlamenti esautorati.

6) L’altro fatto messo in chiaro da Mario Sarcinelli (Dexia-Crediop) nel dibattito è che le crisi nel capitalismo sono inevitabili perché insite nella libertà del sistema. È come dire che le purghe sono inevitabili nel socialismo reale per preservarne la purezza. Libertà di chi? Libertà per tutti? Ed in che grado? Sarcinelli dice che ci vogliono autorizzazioni per vendere prodotti finanziari così come per vendere alimenti. Senza government non c’è forza per il rispetto delle regole ed il mancato rispetto delle regole (o la loro lobbistica modifica) ha portato alla catastrofe d’oggi e porterà alle catastrofi/crisi future.

7) Il capitalismo è ormai vecchio di 400 anni. Perché, al pari dello stato e dell’URSS, dovrebbe essere eterno ed essere l’unico orizzonte possibile del pensiero e soprattutto della pratica economica? Questa è la domanda di fondo dell’economia mondiale che si porrà con sempre maggior forza nel prossimo quinquennio.

Scritto da Alessandro.Politi il 16/07/10 alle 16:30 nella Global intelligence | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)

Tag Technorati: BCE, capitalismo, deregulation, Dexia-Crediop, Domenico Lombardi, Enrico Letta, Europa, governance, government, libertà, Lucio Caracciolo, Margaret Thatcher, Mario Sarcinelli, Muro di Berlino, Paolo Guerrieri, Ronald Reagan

Italia e Mediterraneo in attesa dello Zollverein

Emma Marcegaglia

È di oggi la proposta della presidentessa di Confindustria, Emma Marcegaglia, di dare impulso ad una zona di libero scambio euromediterranea. Proposta rilanciata nell’ambito della manifestazione del Forum Euromediterraneo perché ha ormai vent’anni di aspirazioni dietro di sé, per lo meno quando si parlava del processo di Barcellona, poi sostituito dalla recentissima Unione per il Mediterraneo.

I motivi che spingono la Confindustria ed altri attori istituzionali a riproporre l’idea sono ben riassunti nelle tabelle che seguono, estratte dal rapporto del precedente Forum Euromediterraneo 2009 “Milano e lo spazio economico euro-mediterraneo”.

Milano Medforum 09 Interscambio UE27 e Med export 08

Milano Medforum 09 Interscambio UE27 e Med import 08

Più interessante è vedere chi e perché dovrebbe sostenere il progetto di un’area di libero scambio. Innanzitutto i paesi più in vista evidenziati nelle tabelle andrebbero depurati del BENELUX perché questi hanno flussi d’importazioni ed esportazioni in percentuali abbastanza simili tra di loro e con i restanti dei 27. Non sono necessariamente pesi massimi, però farebbe molto comodo avere un sostegno di paesi cofondatori dell’Unione Europea. A questi si aggiunge l’ex-Gran Bretagna, i cui interessi coloniali non sono mai stati molto forti nell’area del Levante e del Nord Africa.

Restano Germania ed Italia da un lato e Francia e Spagna dall’altro. Il raggruppamento non è casuale. Le ultime due erano le potenze coloniali dominanti in Nord Africa dopo l’accordo Sykes-Picot, che dopo la I guerra mondiale sancì la fine del sogno panarabo e consolidò gli assetti coloniali esistenti. È affascinante vedere come la Francia abbia percentuali d’export notevoli in tutte le sue ex colonie tranne la Siria. Stessa cosa per la Spagna, ben presente anche in Algeria.

Dell’altra coppia, tanto tempo fa stretta dal Patto d’Acciaio, si può notare che si sia ampiamente rifatta delle perdite coloniali, precisamente ai danni delle vecchie potenze egemoni in Egitto e Giordania (Gran Bretagna) oppure in Siria, Libano e Nordafrica.

Un’area di libero scambio, oltre ad essere ancora parzialmente ostaggio del conflitto israelopalestinese, deve fare i conti con il bassissimo commercio tra tutti i membri del Grande Maghreb e con un’ancor scarsa solidarietà politica tra di loro, per non parlare della situazione assai complicata dei rapporti fra Turchia ed UE.

Per i prossimi anni è difficile che le più fragili economie del Nord Africa e del Levante, con la parziale eccezione d’Israele, accettino la fine di dazi che proteggono le proprie produzioni (e rendite di posizione interne). Saremmo noi disposti ad abbattere quei dazi che impediscono ai prodotti agricoli mediterranei  d’invadere i nostri mercati e di mettere al tappeto le nostre agricolture pesantemente sussidiate? Si potrebbe se, sotto la pressione del debito da risanare, venissero tagliati anche i sussidi agricoli in modo consistente, facendo quindi di necessità virtù. Per come reagiscono le lobby agricole, sembra per ora che si faccia di vizio necessità imperativa.

Un’ultima domanda: facciamo finta che il l’UE a 27 non ci sai più, un eventuale Club Med posteuropeo sarebbe ancora disposto ad un’unione doganale (Zollverein, come quello che portò alla nascita della Germania unita nel XIX secolo) ed un’area di libero scambio nel Mediterraneo? Ecco uno scenario su cui riflettere, anche perché Milano non sarebbe più il terminale della Banana Blu, ma l’avamposto dei beni mediterranei verso un’Europa frammentata.

 


Scritto da Alessandro.Politi il 12/07/10 alle 16:43 nella Global intelligence | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)

Tag Technorati: Algeria, Banana Blu, BENELUX, Confindustria, Egitto, Emma Marcegaglia, Forum Euromediterraneo, Francia, Germania, Giordania, Gran Bretagna, Grande Maghreb, Italia, Levante, Marocco, Milano, Nord Africa, Patto d'Acciaio, processo di Barcellona, Regno Unito, Siria, Spagna, UE, Zollverein

L'Europa che delude

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Che abbia ragione Barbara Spinelli, e la crisi di autorevolezza dell'Europa sia derivata dal consiglio che il tiranno di Mileto, Trasibulo, dà al giovane tiranno di Corinto: fai come se ti trovassi in un campo di grano - dice - taglia le spighe troppo alte! E quindi l'impasse che coglie la costruzione di una più avanzata integrazione europea sia al tempo stesso generata dalla mediocrità delle sue classi dirigenti e da queste venga perpetuata.

Spinelli se la prende con la Merkel, per la mancata elezione dell'ex dissidente Joachim Gauk a presidente della Repubblica Federale, e le imputa poco coraggio e mediocrità appunto, rivelata in altri recenti momenti topici della vita europea. In un altro ambito, la newsletter inGenere, Mark Smith e Paola Villa commentano la sparizione di una coraggiosa politica di uguaglianza di genere dall'agenda di Europa 2020. Presente nella strategia di Lisbona, e quindi fallita due volte consecutive insieme al complesso della strategia, come si rileverà a fine anno, l'approccio proiettato al riequilibrio della presenza femminile negli ambiti sociali, lavorativi e politici dell'Unione, si è stemperato in una serie di obiettivi quantitativi senza più "specificità".

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Scritto da Asa_A.Santangelo il 06/07/10 alle 17:00 nella European Union, Women strategics | Permalink | Commenti (1) | TrackBack (0)

Tag Technorati: costruzione, Europa, limiti, élite

Albione, oh cara!

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Vi ricordate i Tories mangiaBruxelles, quelli che raccontavano che la Commissione Europea esisteva per misurare la curvatura delle banane? Bene, non ci sono più.

Il nuovo premier David Cameron, il cui arrivo al potere aveva suscitato ampie preoccupazioni per le sue passate sparate antieuropee, ha lanciato una serie di segnali coerenti con il ministro degli Esteri, William Hague, sul fatto che l’UE è importante per Londra e che bisogna aumentare la presenza britannica negli organi europei.

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Scritto da Alessandro.Politi il 02/07/10 alle 17:30 nella Global intelligence | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)

Tag Technorati: Afghanistan, Angela Merkel, Charles de Gaulle, Commissione Europea, David Cameron, G20, Jacques Chirac, Margaret Thatcher, NATO, Nicolas Sarkozy, Tony Blair, UE, William Hague

Australia: politica donne e trend

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Va bene, abbiamo perso ai Mondiali in Sudafrica contro la Slovacchia (smacco su smacco) e quindi stiamo elaborando il lutto, mentre è scoppiata l’ennesima grana politica. Va bene, le femministe italiane (esistono ancora?) esultano per la nomina di Julia Gillard come premier australiana. In effetti al mattino Google News Italia non registrava la notizia. So what?

Cominciamo dalla politica. Il partito laburista dimissiona Kevin Rudd dal governo perché è indietro di cinque punti nei sondaggi contro i conservatori ed è al 35% di consensi. Due evidenze:

  • il partito controlla il premier e non viceversa;
  • affrontare l’impopolarità sotto le elezioni per riforme necessarie non richiede solo il coraggio del primo ministro, ma di tutto il partito. Questa non è necessariamente una ricetta che favorisca il pubblico interesse, ma mostra come vengono affrontati i sondaggi.

Passiamo alle donne ed al contesto sociale australiano. L’Australia è un paese ultramaschilista, di un maschilismo becero, brutale e spiccio (niente a che vedere con l’affettata eleganza della commedia all’italiana). Kevin Rudd non è una scartina politica, è un uomo di alto profilo con competenze rare per muoversi nel mondo globale, tra cui una lunga esperienza diretta di politica estera ed una superba conoscenza del cinese. Eppure, davanti al rischio di perdere, il partito non ha esitato nello scegliere la sua vice, evidentemente considerata migliore.

Gillard non è una donna dell’establishment. È una single convivente, dichiaratamente di sinistra, ha costretto un suo collega a scuse umilianti per una battutaccia personale, si disinteressa sovranamente di sport (per gli Aussie è il rugby), è femminista, senza figli per scelta ed agnostica, non è proprio un’australiana perché di recente immigrazione gallese, ha gemellato Melbourne con Leningrado (non San Pietroburgo). Ha gestito due portafogli considerati di classe A come relazioni governo-sindacati e pubblica istruzione.

Altro dettaglio importante: le donne australiane fanno squadra, anzi sono sorelle, precisamente perché l’ambiente è duro e pesante e perché anche loro si sono fatte diversi bernoccoli urtando contro il soffitto di vetro. Se criticheranno Julia Gillard sarà sul merito non sul “cosa ha lei che io non ho… valgo io molto di più di lei”.

Al Jazeera International, TV di una zona strategica non notissima per il suo progresso femminista, ha preparato un servizio dove si evidenziano le credenziali internazionali della premier: visita in India per sanare discriminazioni ai danni di studenti indiani in Australia, visita in Israele a Tel Aviv e nei Territori Occupati in Cisgiordania. La prima dichiarazione interna: negoziato aperto per tassare i profitti minerari. La prima estera: impegno nell’Afghanistan.

Trend: l’Australia, con lentezze tutt’altro che insolite, sta intraprendendo la strada del W-strats (Women Strategics),  considerare le donne come asset strategico di un paese, al pari di finanze in ordine, coesione sociale, mercati funzionanti, proiezione estera ecc. L’esempio classico sono i paesi scandinavi, sperando non diventino un vuoto stereotipo. Keep posted perché è un’evoluzione difficile, complessa e non lineare, ma è parte di un futuro vitale.

 

Scritto da Alessandro.Politi il 25/06/10 alle 12:49 nella Global intelligence | Permalink | Commenti (1) | TrackBack (0)

Tag Technorati: Al Jazeera International, Australia, Cisgiordania, femminismo, Gillard, Israele, Leningrado, Melbourne, paesi scandinavi, Rudd, Territori Occupati, W-strats, Women Strategics

Lo strano caso svedese: sì al nucleare

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E così il parlamento svedese, dopo un rovente dibattito, ha approvato per una maggioranza di due voti il nucleare, mentre fuori Greenpeace, con consumata abilità mediatica, occupava le pagine dei notiziari con allegri pupazzi d’energie rinnovabili.

Sgombriamo subito il campo da equivoci e dietrologie: chi scrive è un convinto sostenitore del nucleare dallo sciagurato referendum del 1984, nato e cresciuto per motivi assi meno nobili del rispetto dell’ambiente. Chernobyl (1986) mi avrà dato la sua dose di radiazioni, ma sinora non mi ha fatto cambiare idea.

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Scritto da Alessandro.Politi il 18/06/10 alle 16:24 nella Global intelligence | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)

Tag Technorati: Carlgren, Cesio, Chernobyl, gas, Greenpeace, Italia, NIMBY, nucleare, parco eolico, petrolio, Russia, Sami, scorie nucleari, Svezia

Un continente per vecchi

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Qui sopra l'incremento di spesa dei cittadini francesi al 2030, come risultano da uno studio di McKinsey. Il report fa un profilo dei capifamiglia a quella data, e li trova più vecchi - la metà avrà dai 55 anni in su -, più istruiti, più single e con meno figli, e un po' più poveri.

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Scritto da Asa_A.Santangelo il 18/06/10 alle 15:37 nella Another economy | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)

Tag Technorati: 2030, consumi, economia, previsioni

If No(w) Europe

E' online un'iniziativa di discussione, anzi di ricerca/azione, sui temi dell'unità europea: If No(w) Europe. Nel dubitativo del titolo sta tutta la difficoltà che la crisi finanziaria, ma ancor di più la risposta in ordine semi-sparso dei governi, stanno creando alla coesione dell'Unione.

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Peraltro, nell'esperienza di chi lavora a stretto contatto con l'Europa, è crescente la sensazione che il sogno dei padri fondatori si stia stemperando in una serie di programmi e finalità in cui è preponderante l'elenco di obiettivi e procedure, a scapito del senso del progetto.

I tempi sono stretti, il messaggio è che occorre attivamente partecipare a una inversione di rotta: oggi aprendo una riflessione comune, domani sedimentandola in proposte concrete.

L'invito di If No(w) Europe passa attraverso 8 spunti di riflessione per ripartire, che i promotori propongono: 

Partecipa al dibattito, aggiungi i tuoi commenti sulla situazione o sulle proposte. Vorremmo raccogliere tutti i contributi postati prima del 20 giugno in un position paper che ci consenta di continuare con una riflessione che sia propositiva e strutturata.
Ci serve un po’ del tuo tempo e della tua testa e molto del tuo “European sentiment”
.

Scritto da Asa_A.Santangelo il 14/06/10 alle 09:37 nella European Union | Permalink | Commenti (2) | TrackBack (0)

Tag Technorati: conversazioni, If now Europe, iniziative, UE

Spagna: per chi suona la campana

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In questo periodo i dubbi onori della cronaca economica toccano alla Spagna, ma bisogna  esser ciechi per non capire che si tratta solo della stazione di un calvario e non della “mela marcia” dei  conti europei insieme alla Grecia. Non dimentichiamoci che sino a ieri la Spagna aveva una valutazione Fitch del debito sovrano AAA, mentre l’Italia ha solo una AA-, anche se quasi tutti si affannano a dire che  la prospettiva è stabile. Ci sono state però dichiarazioni di analisti della stessa Fitch che hanno sottolineato come sinora il mercato non abbia spostato i riflettori sul caso italiano ed abbia sottovalutato gli elementi di rischio/opportunità.

 

In realtà il dato preoccupante è che il mercato nutre forti dubbi sul piano di salvataggio della Banca Centrale Europea da € 750 miliardi perché vede acquisti, peraltro insufficienti, d’obbligazioni di stato greche, portoghesi ed irlandesi, ma non spagnole ed italiane. Se i due paesi hanno queste prospettive tutto sommato rassicuranti nella crisi, perché il tasso dei loro titoli di stato continua a cresce vistosamente?

 

A livello di BCE c’è una profonda divisione all’interno dei suoi organi dirigenziali, che riflette la divisione tra i paesi meno indebitati dell’Eurozona e quelli più indebitati. Non è un caso che di PIIGS non si parli più, ma in modo politicamente più corretto e più pericoloso di paesi periferici. L’Italia non è un paese centrale e la sua politica non ha nessuna intenzione di farlo salire di livello perché significherebbe affrontare nodi di trasparenza, legalità, efficacia e competitività, la cui esistenza è troppo redditizia per oligopoli consolidati.

 

L’altro dato che è dolcemente passato nei fatti è che il decoupling economico tra Stati Uniti ed economia mondiale è avvenuto. Vi ricordate all’inizio della crisi quanto era importante questo tema? Adesso da un lato il deficit commerciale USA è aumentato di un altro 0,6%, cui ha contribuito anche un declino dell’export di servizi dell’1,1% (e il deficit è con Cina, OPEC, Canadà, America Latina), mentre dall’altro la Cina in piena recessione mondiale mostra una crescita dell’8,7% nel 2009.

 

Con orientale e democristiana compostezza, l’attuale premier giapponese Naoto Kan (Democratic Party), ha osservato che questo accade in un paese dove è il governo che controlla il settore finanziario e non viceversa. Questo non esclude i seri problemi cinesi ed un crollo per altri problemi, ma indica chiaramente una diffusa debolezza nelle democrazie mature su come si debba fare politica economica.

 

E la Germania? Comincia a passare da una politica di protezione della sua economia, con l’attenzione al rigore di bilancio, ad una di guerra di corsa, imitando passati modelli americani. Il fatto che la Deutsche Bank possa praticare vendite allo scoperto (naked short) su titoli spagnoli e portoghesi, mentre il governo sostiene formalmente il pacchetto di salvataggio dell’Eurozona, vieta le vendite allo scoperto sui 10 titoli più delicati del Dax e propugna con la Francia un divieto generalizzato di naked shorts sul debito sovrano, è un pessimo segnale. Berlino con questi comportamenti sta italianamente tenendo il piede in due staffe e indica di credere poco nell’attuale costruzione europea.

Scritto da Alessandro.Politi il 12/06/10 alle 13:41 nella Global intelligence | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)

La felicità si misura in Bhutan

Jigme_Thinley Il festival dell'Economia di Trento si è ormai affermato come momento cruciale di riflessione sulla scienza dei bisogni; sono migliaia le persone che si affollano nei seminari in cui si discute di indicatori, di teorie, di sviluppo. Quest'anno si è discusso anche di felicità. Ne ha parlato Jigmi Y. Thienley, premier del Paese himalayano, spiegando che, su impulso del suo re, il livello di benessere del Paese viene ora misurato in termini di Gnh (Gross National Happiness). In sostituzione del Pil.

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Scritto da Asa_A.Santangelo il 07/06/10 alle 10:32 nella Another economy | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)

Tag Technorati: Bhutan, economia, felicità, Thienlei, Trento

Iran-Israele: carte in tavola

IMF IL exports as percent on US exports 2006

                                     Oil and world

Perché l’Unione Europea è sempre così incerta sul Medio Oriente ed i suoi 27 governi nazionali sono ancora più disastrosi sulla questione israelo-palestinese? La carta dell’FMI mostra la distribuzione delle esportazioni israeliane nel 2006 come percentuale del mercato americano, fatto 100; il che è un buon indicatore di parte della distribuzione d’interessi tra Israele ed i suoi partner commerciali.

Il mercato USA importa: diamanti, prodotti farmaceutici, tlc, equipaggiamento medico, apparati elettrici e abbigliamento di cotone. Più della metà del deficit commerciale USA con Tel Aviv è creato dai diamanti. Dopo gli Stati Uniti (32,5%) i grandi partner commerciali nel 2008 sono stati Belgio (7,5%, dove spicca la città dei diamanti, Anversa) e Hong Kong (6,7%)

Invece per le importazioni 2008 le cifre sono: USA 12,3%, Belgio 6,5%, Cina 6,5%, Svizzera 6,1%, Germania 6%. Gli Stati Uniti dominano per materiali elettronici e militari, poi vengono beni d’investimento, diamanti grezzi, carburanti, grano e beni di consumo.

Le cifre affascinanti che fanno vedere quali sono gli equilibri negl’interessi concreti fra UE ed i due grandi contendenti tra Levante e Golfo sono quelle dell’impex con Iran ed Israele: sono praticamente le stesse. Nel 2008, esportavamo verso Tehran € 14,1 miliardi ed importavamo 11,3 miliardi. Nel 2007 verso Tel Aviv le cifre erano rispettivamente € 14 miliardi ed ancora 11,3 per le importazioni. Un equilibrio delicato, anche se il fatto che l’Iran è il 6° partner nelle nostre importazioni energetiche ha un peso fondamentale.

La storia del dissennato assalto alla Flottiglia della Libertà è solo l’ultimo grano di un rosario d’occasioni perse; vediamole in ordine d’interesse europeo (ben sapendo che le capitali nemmeno lo vedono):

•     La Turchia ha aspettato per 40 anni l’ingresso in Europa. Da un mese Ankara ci sta sistematicamente volteggiando intorno, prendendo e mantenendo l’iniziativa politica e diplomatica, mentre Berlino, Londra e Parigi sembrano dei dinosauri immobili. La proposta di sblocco della questione nucleare iraniana è stata fatta da Brasile e Turchia, lasciando di stucco il 5+1 (i cinque del Consiglio di Sicurezza ONU, più la Germania). L’uso delle ONG per fare del “pacifismo navale” nei mari di Gaza, ha scritto una nuovo pagina politica e geopolitica dopo l’ondata di rivoluzioni colorate d’ispirazione USA in Europa Orientale ed in Libano. Tutto è cominciato con la crisi delle vignette islamiche, quando Erdogan era insieme a pregare con Ahmadinejad ed altri capi islamici, mettendo sotto tiro una sprovveduta Danimarca. Come europei ci stiamo facendo scappare di mano un asso, molto più pesante di altri paesi ammessi. Il tragico è che oggi saremmo costretti noi a corteggiare i turchi, vista una mediocre reputazione nel gestire le nostre crisi interne.
•     Israele ha perso l’occasione offerta da Clinton di chiudere il dossier palestinese. Oggi il capo del Mossad, Dagan, dice che Israele sta diventando un peso per gli USA ed è molto meno prioritaria. Francamente era una cosa che si capiva dalla fine della Guerra Fredda (Israele non serviva più a contenere l’URSS) e che si vedeva ad occhio nudo con la presidenza di George W. Bush (la Road Map era un modo diplomatico di dire “I’m fed up with this mess”). Obama non ha fatto che dirlo in modo più morbidamente esplicito. Tel Aviv potrà ancora continuare a far quel che le aggrada, ma ogni volta sarà un passo verso un dimenticatoio dove le memorie del secolo scorso saranno consegnate alla storia e quelle di questo decennio saranno ben vivide.
•     La Siria sta perdendo il suo ruolo di ago della bilancia. Ha poco tempo per capitalizzare il suo valore geopolitico nella sua relazione con l’Iran in cambio della pace con Israele e della restituzione delle alture del Golan. Poi Ankara le ruberà la scena ed anche la Siria sarà declassata al rango di varie ed eventuali. Forse il Golan non merita tanto immobilismo ed è un feticcio ereditato da altre epoche, ma la Siria non può stare ferma insieme ad Israele perché ha molti meno appoggi e non può sperare di muoversi solo con l’Iran perché le loro parabole sono molto diverse.
•    L’Egitto ha perso nettamente il suo ruolo mediorientale ed è consegnato ad un ruolo di portinaio di Gaza. Difficile fare diversamente quando, come Israele, si è appesi alla flebo narcotizzante degli aiuti bilaterali americani. Forse una politica africana più vigorosa, seguendo l’istinto del suo astuto vicino libico, sarebbe più pagante; ma questo significa confrontarsi con la rogna sudanese.
•    Il Libano rischia di vedersi allontanare la stabilità e la pace interna. Il dramma della flottiglia ha ovviamente rafforzato le posizioni belliciste di Hizballah, mentre invece è imperativo per tutta la politica libanese sganciarsi da una questione così inconcludente come quella israelo-palestinese.
•     La Palestina e l’Italia hanno perso da tempo l’occasione di parlare con una voce sola riguardo ai loro interessi. Qualcun altro ci penserà a determinarli per loro, ma evidentemente non riescono a disintossicarsi dell’acre piacere di una bella faida intestina.

L’Iran con questa storia c’entra abbastanza poco, ma il tempo corre anche per i petroayatollah e per il controverso riformatore Ahmadinejad: a furia di coltivare amletici dubbi sull’atomica militari, perderanno l’occasione di modernizzare rapidamente la loro infrastruttura energetica con capitali internazionali. Gli USA con Obama sono pronti ad un compromesso storico ed a pagarne lautamente il prezzo, ma non possono aspettare troppo. Dopo, ci penseranno cinesi e russi a dare una mano a Tehran, ma a condizioni più pesanti.

Scritto da Alessandro.Politi il 04/06/10 alle 12:44 | Permalink | Commenti (1) | TrackBack (0)

Tag Technorati: 5+1, Ahmadinejad, Anversa, Belgio, Brasile, Bush, Cina, Clinton, Dagan, Danimarca, Erdogan, export, Flottiglia della Libertà, FMI, Gaza, Germania, Golan, Hong Kong, import, Iran, Iran, Israel, Libano, Libia, Obama, pacifismo navale, Palestina, Palestina Italia, programma nucleare, Road Map, Russia, Siria, Stati Uniti, Svizzera, Turchia, Unione Europea, USA

Fondi sovrani e paradossi della crisi

SWF FDI May 2010 SWF FDI April 2010

Due giorni fa si è tenuto in Campidoglio un interessante tavolo tecnico sui fondi sovrani organizzato da Ancitel e dal Comune di Roma. Durante le presentazioni è venuto fuori che la grande paura dei fondi sovrani è passata e che l’invasione non è esattamente la prima preoccupazione dei governi nazionali e regionali nell’area UE-USA.

Da un lato la crisi ha scottato non pochi fondi sovrani, facendo subire loro perdite anche del 30%, dall’altro i paesi riceventi hanno lasciato da parte i pregiudizi ed hanno imparato a leggere con più sensibilità le vere intenzioni di questo tipo d’investitori.

Se uno guarda i due grafici a torta del Sovereign Wealth Funds Institute, elaborati a distanza di un mese l’uno dall’altro (quello colorato è dell’aprile, mentre quello in grigio è del maggio 2010) osserva subito due cose: la diversificazione degl’investimenti diretti dei SWF rispetto ad una concentrazione molto americanocentrica  e l’assenza dell’Italia (la preponderanza tedesca è dovuta alle dimensioni dell’affare Volkswagen).

L’Italia, secondo alcuni operatori presenti, soffre di due problemi. Il primo è la volatilità delle sue regole e decisioni. Storie infinite come i rigassificatori di Rovigo e Brindisi sono diventate dei veri e propri cult dell’horror per gli specialisti del settore. Certo, possiamo sempre spiegare che la nostra classe politica, così vibratile al primo accenno di sondaggio o articolo critico, ha una flessibilità senza pari per escogitare nuove situazioni e combinazioni, ma resta il fatto che la risposta nemmen tanto implicita è “we are not amused”. Certezza delle regole, del diritto e degl’impegni presi è una precondizione essenziale.

Il secondo problema è che nell’ambiente non hanno aspettato certo l’Economist per tagliare in due l’Italia: quella a Sud di Roma dove investire è un azzardo (tranne alcuni mercati di nicchia ben definiti e protetti) e quella a Nord, dove, con le opportune cautele, si può anche parlare di provarci.

La doppia crisi (economica e dell’Euro) ha creato poi a livello continentale una situazione assai curiosa: da un lato i fondi sovrani sono considerati partner molto più attraenti perché i soldi scarseggiano, dall’altro la debolezza delle politiche dei 27 stati nazionali e quindi delle politiche europee sta rendendo le controparti europee piuttosto deboli in termini contrattuali.

Se prima dei PIIGGS (sì ci sono dentro anche l’Italia e la Gran Bretagna) era facile parlare di regole in cambio d’accesso al mercato, adesso ci si trova in una condizione di relativo svantaggio negoziale. Eppure ancora adesso è possibile portare avanti quella che chiamiamo una strategia di “transgagement” (transparency + engagement).

Lo scambio, oltre che dall’accesso ai mercati ed alle imprese, è dato fra una maggiore trasparenza dei SWF in cambio di un accompagno più concertato ed energico alla loro internazionalizzazione. Una situazione win-win tanto più interessante perché la stessa scarsità di denaro ingenera nelle opinioni pubbliche un prevedibile effetto: ogni tipo di spesa e d’impegno delle politiche pubbliche viene sottoposto ad un vaglio molto più attento. Bisogna però far presto perché l’internazionalizzazione dei SWF è rapida e non tollera esitazioni.

La trasparenza d’altro canto non è un gadget politicamente corretto, ma l’altrettanto necessaria condizione di poter concludere affari senza suscitare inutili vespai e sospetti in un elettorato impoverito e poco propenso a sopportare ulteriormente spericolate ed opache operazioni finanziarie ed industriali nell’attuale pantano economico.

Scritto da Alessandro.Politi il 28/05/10 alle 19:18 nella Global intelligence | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)

Tag Technorati: Ancitel, Comune di Roma, engagement, Euro, Fondi Sovrani, Italia, SWF, transgagement, trasparenza, UE, USA

Spinta pubblica all'innovazione

OCSE  L'OCSE ha espresso una serie di raccomandazioni sulla base dei dati contenuti nell'ultimo report sulle strategie per l'innovazione*:
  • in questa fase il ruolo dei governi nell'innovazione è cruciale; sfide come il cambiamento climatico e le epidemie e i rischi connessi nell'affrontarli, tegono lontane le imprese, specie le Pmi. Servono investimenti pubblici nella R&D ma anche coordinamento delle politiche intergovernative
  • va incoraggiata la creazione di nuove imprese e la semplificazione delle procedure per il sistema produttivo nel suo complesso
  • le nuove imprese sono il motore dell'incremento occupazionale; negli Usa la crescita del mercato del lavoro negli ultimi 25 anni è stata promossa quasi interamente da aziende con meno di 5 anni di vita
  • molti governi hanno fatto rilevanti investimenti in formazione e ricerca per promuovere l'innovazione; peraltro vanno evitati sprechi inutili, promossa l'autonomia degli atenei e l'accesso ai dati della ricerca pubblica, in modo da accrescere l'efficienza della spesa pubblica

L'OCSE ha pubblicato anche un documento che propone nuovi indicatori per misurare l'innovazione.

* L'executive summary del documento e scaricabile qui (.pdf)

Scritto da Asa_A.Santangelo il 28/05/10 alle 10:28 nella Innovation | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)

Tag Technorati: indicatori, innovazione, OCSE, strategia

La Cina e l'Africa

McKinsey Quaterly pubblica un'intervista al vice presidente del Sud Africa, Kgalema Motlanthe. Il Paese fa parte dei BRIC, l'alleanza degli emergenti costruita attorno a Brasile, India e Cina. Due passaggi notevoli:

- sulla cooperazione cinese in Africa: In Angola, per ricostruire le ferrovie, hanno acceso un prestito di 2 Mni $. Condizioni: 30% di manod'opera locale, 70% cinese; orario di lavoro "Platoon", cioè 7 su 7 giorni di lavoro. Se i locali dopo un mese abbandonano, non abituati a questo ritmo, vengono sostituiti da cinesi, e molti progetti finiscono con il 100% di manod'opera cinese.

- sui valori nel mondo degli affari: Gli affari coinvolgono la gente, il senso di responsabilità, che dipendde dall'integrità. Occorre un approccio di lungo periodo. It’s important to always understand that business is about people. It’s about good will, and that good will depends on integrity. It depends on ensuring that there is good in what we do, rather than doing business as though you are in a casino, as it were. It’s important for businesspeople to understand that business stands to gain better if they take a long-term view, rather than to try and make quick profits, which would just be spikes, and tomorrow, once you lose the good will, the business is bound to flounder. And that is why values are very, very important.

Scritto da Asa_A.Santangelo il 26/05/10 alle 10:07 nella Another economy | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)

Tag Technorati: Kgalema Motlanthe, McKinsey Quarterly, South Africa

Partita doppia iraniana

Iran partita doppia

La discussione sul programma nucleare iraniano somiglia a quelle partite doppie dove, per far quadrare i conti per i pubblico, si ricorre a robusti trucchi contabili. Non guardate per favore solo alla faccia poco chic di Mahmoud Ahmadinejad che minaccia e fulmina a dritta e manca sullo sfondo di una bomba nucleare che sembra arrivi da un momento all’altro come Godot.

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Scritto da Alessandro.Politi il 21/05/10 alle 09:08 nella Global intelligence | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)

Tag Technorati: 5+1, Ahmadinejad, Australia, Austria, Brasile, Canada, Cina, Colombia, Francia, GAO, Iran, Iraq, Italia, Libia, Lussemburgo, Malesia, nuclear swap, nucleare, Obama, ONU, Paesi Bassi, petrolio, Russia, sanzioni, Singapore, Tailandia, Tehran, TNP, Turchia, UK, USA, Washington

Statisticamente....inesatto

Nella rubrica Idee del sole24ore, Marco Fortis riflette sull'impatto che le statistiche relative al Pil dei partner europei e dell'Italia hanno avuto sulla pubblica opinione. Le vicende di questi ultimi mesi (o due anni) dimostrano che alcuni dati eclatanti, come la crescita del Pil di Irlanda, Grecia e Spagna, nel decennio che abbiamo alle spalle, con crescite del 3,5-4%, nascondevano un'economia "drogata". E rivaluta l'apparente lentezza delle macchine tedesca e italiana.

La tesi di Fortis (che riprende riflessioni di Fulvio Coltorti del Centro Studi Mediobanca è che aver utilizzato deflattori troppo aggressivi ha penalizzato eccessivamente il volume del Pil italico, e depresso la classifica del BelPaese a livello europeo. Si pone perciò il problema di quali parametri, o quali correttori, è possibile utilizzare, in modo da registrare, invece di un declino, una capacità di reazione soprattutto delle imprese esportatrici.

Fortis si avventura poi in un confronto tra i deflattori utilizzati dall'Istat a confronto con queli francesi e tedeschi, per dire, alla fina, che non siamo poi messi così male come i numeri farebbero supporre:

"In altri termini, si ha l'impressione che il valore aggiunto di Germania e Francia sia cresciuto in volume più del nostro soprattutto perché gli uffici statistici di tali paesi sono stati particolarmente "generosi" con i deflatori delle loro economie".

La domanda che viene da farsi è questa: da un lato abbiamo un'economia sommersa, informale e non solo criminale, che vale dal 25 al 30% del Pil; dall'altro la dimensione piccola o micro di molte nostre imprese sfugge alla raccolta e all'analisi statistica. In questo contesto, ci si chiede davvero se non abbia senso cominciare a pensare a nuovi parametri per misurare la reattività del Paese

Scritto da Asa_A.Santangelo il 20/05/10 alle 11:01 nella Another economy | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)

Tag Technorati: confronti, deflattori, Fortis, Pil

Strategie per il Made in Italy

Bombay_strada
Dario Di Vico sul Corriere dà conto del dibattito attuale su come avviare la ripresa e valorizzare il Made in Italy. La tesi prevalente è quella sostenuta tra gli altri, e autorevolemente, da Enzo Rullani,rissumibile in questo modo:

  • inutile fare concorrenza ai Paesi emergenti in settori maturi come tessile/abbigliamento, meccanica, arredamento puntando sul prezzo, saremmo perdenti. Occorre invece posizionarsi salendo di gamma, puntando sulla qualità, sul servizio, e collegando i prodotti a una "narrazione" che valorizzi il made in Italy, la user experience collegata alla qualità della vita e a una visione del mondo precisa, a una cultura riconosciuta e riconoscibile.

Diversa, e recentissima, la provocazione di Luciano Benetton:

  • ostinarsi a produrre in Italia è perdente. I mercati che tirano sono quelli dei Bric (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa, etc). Occorre andare a produrre in loco, mantenendo stile e tradizioni culturali nostrane: design italiano e costi asiatici. Così si punta a produzioni di massa e non solo alle èlite.

I critici sostengono che questo approccio è tagliato su misura di Benetton, marchio globale e affermato. In comune le due impostazioni hanno il riferimento a tradizione e stile molto caratterizzati. Paiono quindi abbastanza complementari.

Ma la strada indicata da Benetton è peraltro stata tentata da molte aziende, che si sono dovute ricredere. Portare la fase produttiva all'estero comporta l'esportazione di un know how del saper fare che è anch'esso una componente, a volte fondamentale, del made in Italy. Per questo tanti che hanno delocalizzato sono poi stati costretti a rientare, e quindi si è prospettata la prima alternativa.

E questa, a mio parere, è ancora la soluzione più praticabile, magari passando per l'aggregazione territoriale, la creazione di un marchio riconoscibile, l'investimento in comunicazione e marketing. La strada, in fondo, percorsa dall'azienda di Ponzano Veneto più di due decenni fa.

Scritto da Asa_A.Santangelo il 18/05/10 alle 12:26 nella Another economy | Permalink | Commenti (3) | TrackBack (0)

Tag Technorati: Benetton, internazionalizzazione, made in Italy, Rullani

Eurocrisi: il capro espiatorio tedesco

Angela Merkel

Avete notato come, una volta promessi i soldi in aiuto alla Grecia, sia praticamente finito tutto il discorso sulla Germania nuova egemone dell’Europa? Effettivamente è un’altra bufala di cui continuano a pascersi analisti e commentatori europei, che fa il paio con la minaccia comunista onnipresente di una volta.

Sgombriamo allora il campo dai vecchiumi. L’asse franco-tedesco (adesso ribattezzato core) non esiste più perché sepolto dalle macerie del Muro di Berlino e dalla riunificazione. La Germania con tentazioni egemoni alla Bismarck o di memoria nazista nemmeno: è socioculturalmente sparita tra il boom economico ed il ’68 e non serve a nessuno. Il marco o l’Euro come sostituto delle Panzerdivisionen è una semplificazione fumettistica che sta alla realtà come Rommel può stare oggi a Petraeus.

Allora la Germania che ci sta a fare? Molto onestamente non lo sanno nemmeno le elite tedesche, prese come sono dalle contraddizioni della globalizzazione e di una costruzione europea in panne. La Germania con Adenauer ha contribuito alla nascita dell’Europa perché aveva bisogno di superare il vecchio paradigma degli equilibri di potenza che aveva contribuito alla sua ascesa e distruzione e di crearsi, esattamente come tutti i leader continentali, uno spazio di decisione al di fuori della pervasiva egemonia americana.

Il tacito patto che Kohl e Schröder hanno sottoscritto e mantenuto sull’Euro è che Berlino scambiava il potenziale destabilizzante della riunificazione e della Deutsche Mark contro una riunificazione nel segno dello sviluppo economico ed un’Europa che garantisse stabilità e tranquillità anche alla Germania, nell’ottica di creare un grande attore geopolitico soft e civile. La Germania non si dissolveva nell’UE (non ci ha pensato nessuno), ma riteneva i suoi maggiori interessi e principi ben rappresentati dal progetto europeo, cioè dalle istituzioni e dall’interazione a 27.

Tutto questo non è avvenuto proprio così e questo spiega molti comportamenti tedeschi dal 1989 ad oggi, tra cui: l’incoscienza nell’affrontare l’implosione jugoslava, le regole della BCE e del Patto di Stabilità, la ribellione alla decisione di Bush d’aggredire l’Iraq, i duetti energetici con Mosca, i caveat in Afghanistan e la malcelata rabbia nel dover fare il “Pantalone paga” per i paesi est-europei durante la crisi dei subprime (che si sono presi un secco Nein) e per la Grecia adesso (dove si è detto Ja obtorto collo).

Cosa vuole allora la cancelliera Merkel per la Germania e, se ancora ci stanno gli altri, per l’Europa?  Primo, uscire dalla trappola del debito. Senza conti in ordine si è in balia di banche, fondi assortiti e speculatori di ogni colore, cioè si è un burattino senza fili che gioca a fare il politico.

Secondo, riprendere il controllo dell’economia da parte della politica. La vera fine della Guerra Fredda è avvenuta nel 1988 quando Reagan e Thatcher con la deregulation decisero la ritirata dello stato dall’economia, poi Mosca dichiarò il fallimento della sua politica sulla sua pseudoeconomia. Lo fecero per necessità ed è diventata un’ideologia i cui risultati, positivi e negativi, sono sotto gli occhi di tutti. Lasciamo gli slogan “stato contro mercato, mercatismo contro statalismo”, qui la domanda è se il nostro futuro lo decide un comitato d’affari più o meno presentabile o un organismo eletto dai cittadini. Obama vuole un punto d’equilibrio tra Wall Street e Main Street: gli altri 26 governi europei che vogliono davvero?

Terzo, usare la crisi per mandare avanti l’Unione Europea politica. L’Europa dell’Euro non porta automaticamente a sviluppare l’integrazione politica e sociale, anzi, ha dimostrato ampiamente che in tempi di crisi, favorisce ancor più la divisione anche all’interno dei paesi.

Debito, politica, Europa: l’Italia vuole esser “donna di province” con Dante o “bordello” con l’Economist?

Scritto da Alessandro.Politi il 14/05/10 alle 07:43 nella Global intelligence | Permalink | Commenti (2) | TrackBack (0)

Ansia d'infinito e piacere del gioco: un filo di lana

“Se non capisci, non importa: segui il ritmo”, questo l’artista sarda Maria Lai (1919 - ) vorrebbe fosse scritto all’entrata di ogni scuola. E’ il suo sogno nel cassetto. Aveva immaginato di murare le sue opere in una stanza e che fossero riportate alla luce a cinquant’anni dalla sua dipartita: la presenza dell’artista dopo la sua morte è più forte e poi un’opera parla molto tempo dopo che la si è fatta. E d’altra parte, a che serve lo spettacolo dell’artista come personaggio: ogni vero artista è sempre imbranato, non è mai esempio di vita, solo è felice se mantiene la dignità di poeta.

I nodi sono la chiave delle sue geografie filate, intessute sulla tela. Nelle sue opere tutta l’antica sapienza della tradizione della tradizione del suo popolo e  della sua terra.

Continua a leggere "Ansia d'infinito e piacere del gioco: un filo di lana" »

Scritto da Asa_A.Santangelo il 13/05/10 alle 09:59 nella Women strategics | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)

Tag Technorati: Donne, Edilana, Mariana Lai, Sardegna

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